agosto 2025

Vita, Vino, Visione: 25 Anni con Elena Fucci

Vitinerario® a Barile – Incontro con Elena Fucci

Da una passione a un viaggio

Da alcuni anni seguo la mia passione per il vino e per il cibo: un percorso che mi ha portato a scoprire storie straordinarie dietro un calice o una goccia di olio EVO. In questo viaggio ho avuto la fortuna di conoscere da vicino produttori e ristoratori lucani: persone autentiche che mettono il cuore in ciò che fanno ogni giorno.

Ciò che mi muove, prima come persona naturalmente curiosa e poi come Sommelier, non è soltanto assaggiare un prodotto, ma raccontare ciò che c’è dietro: le passioni, le scelte, le curiosità e l’umanità di chi lo crea. Perché ogni bottiglia, ogni sapore, ha un’anima. E io amo portarla alla luce.

A un certo punto ho sentito il bisogno di dare un nome a tutto questo: l’ho chiamato Vitinerario®, una parola che racchiude il senso del mio cammino.

Fine giugno 2025: destinazione Barile

In un caldo pomeriggio di fine giugno 2025 parto per Barile, un piccolo borgo a circa 40 minuti da Potenza. Ad aspettarmi c’è Elena Fucci, enologa e anima della cantina che porta il suo nome.

Elena mi accoglie con il suo sorriso contagioso e quell’energia naturale che la distingue. Ci conosciamo da tempo, ci siamo incrociati più volte negli anni e questa non è la prima volta che metto piede nella sua cantina: un luogo dove la tradizione si fonde con una modernità elegante.

Ci spostiamo in sala degustazione, tra le anfore che custodiscono Titolo, il vino simbolo della sua produzione, per una chiacchierata su storie, vino e territorio.

25 anni di cantina: un traguardo che pesa

Diventare produttrice non è stato semplice, soprattutto all’inizio. Il mondo del vino è esigente e selettivo: costruirsi un nome richiede sacrificio, determinazione e visione.

La cantina Elena Fucci nasce nel 2000 e oggi, 25 anni dopo, celebra un traguardo importante. Un quarto di secolo può sembrare poco per un’azienda consolidata, ma il percorso che l’ha portata fin qui è stato intenso: scelte coraggiose e tanto lavoro. Ed è proprio questo che rende Elena profondamente orgogliosa: aver costruito qualcosa di grande partendo da un sogno, senza perdere di vista le radici.

Il vino nel DNA e il valore del racconto

Il vino è nel DNA di Elena: anche suo nonno faceva questo mestiere, in un’epoca e con approcci molto diversi da quelli di oggi. E oggi non bastano impegno, perseveranza e investimenti: servono curiosità, apertura mentale e desiderio di viaggiare, confrontarsi, guardare lontano.

Fare un buon vino, da solo, non basta. Bisogna saperne raccontare la storia, trasmetterne l’anima. E qui Elena ha una marcia in più: comunicare il suo vino con autenticità le viene naturale, come se parlasse di una parte di sé.

Esperienze e incontri: Bordeaux, Bolzano e un progetto di vita

Dopo la laurea a Pisa, Elena sceglie di ampliare i propri orizzonti con esperienze significative tra Bordeaux e Bolzano. Poi torna a Barile portando nuove idee e competenze.

Al suo fianco c’è la famiglia, sempre presente, e Andrea Manzani, ingegnere fiorentino con una grande passione per il vino, oggi lucano d’adozione. I due si conoscono nel 2011 a Firenze, durante un evento: da quel primo incontro nasce qualcosa di più grande. Nel 2015 si sposano, unendo vita e lavoro in un progetto condiviso che continua a crescere.

Verha: un vino “sociale”

Dopo il successo dell’iconico Titolo, l’ultimo progetto in ordine di tempo si chiama Verha, parola che in arbëreshë (l’antico albanese) significa semplicemente “vino”.

Tutto parte da Andrea, che comincia acquistando uve da alcuni piccoli contadini locali. Dopo un avvio non semplice, lui ed Elena decidono di crederci davvero e nasce così un progetto che Elena ama definire “sociale”: supportare i piccoli viticoltori non solo acquistando le loro uve, ma offrendo anche un aiuto concreto nella gestione dei vigneti.

Un gesto che va oltre la produzione: sostiene l’economia rurale e contrasta lo spopolamento che da anni colpisce la Lucania.

Identità arbëreshë: Verha, SCEG e un piatto del cuore

La cultura arbëreshë è parte viva dell’identità di Barile e il dialetto antico è ancora parlato in diversi paesi dell’area del Vulture. Questo patrimonio si riflette anche nei vini: oltre a Verha, c’è SCEG, che in arbëreshë significa “melograno”.

In questo mondo di contaminazioni culturali e sapori autentici, penso a un piatto a me carissimo: Tumact me tulez (più o meno “Tumaz ma tugl''”). Elena mi racconta che nasce come ricetta umile: tagliatelle fatte a mano con sola acqua e farina, condite con mollica di pane.

Col tempo la preparazione si è arricchita con olio, pomodoro, acciughe, noci, aglio e prezzemolo: un piatto che racconta il territorio e la sua capacità di evolvere senza dimenticare le radici.

Titolo: “moderno, ma non modernista”

Parlando di Titolo, il suo vino bandiera, Elena lo definisce con una frase che racchiude la sua filosofia: “Un Aglianico del Vulture moderno, ma non modernista.” Una distinzione sottile e profondissima: interpretare il vitigno con uno sguardo contemporaneo senza tradirne l’identità.

I pilastri di questa visione sono tre: acidità, mineralità e tannicità. L’acidità è intrinseca all’Aglianico e ne garantisce longevità e slancio. La mineralità è un dono del suolo vulcanico del Vulture, che imprime una nota sapida e profonda. La tannicità, croce e delizia del vitigno, viene “domata” con pazienza e precisione, senza snaturarla.

Vigna e cantina: dove nasce l’eleganza

Le uve di Titolo arrivano da una vigna storica a 600 metri di altitudine: forti escursioni termiche estive e rese contenute concentrano aromi e struttura.

In cantina il lavoro è meticoloso: selezione degli acini, macerazioni brevi e affinamento in barrique scelte con cura. Qui emerge la mano dell’enologa: Elena traduce ogni dettaglio in eleganza e finezza, creando un vino essenziale e intransigente, capace di raccontare il Vulture senza compromessi.

Le emozioni più grandi

Le chiedo, infine, che cosa l’abbia emozionata di più in questi 25 anni. Elena ci pensa un attimo, poi sorride e mi racconta dei viaggi all’estero, spesso oltreoceano, tra Stati Uniti e Canada: file davanti alle enoteche, persone in attesa di stringerle la mano e farsi firmare una bottiglia.

Ma l’emozione si fa ancora più intensa quando ricorda un episodio speciale: nel 2023 riceve inaspettatamente una lettera dal Quirinale. È il Presidente della Repubblica che la nomina Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Nei suoi occhi si legge gratitudine e orgoglio: un riconoscimento che non è solo personale, ma il simbolo di una vita spesa con dedizione, amore e rispetto per la propria terra.

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