Storia di un uomo arrivato in Basilicata per insegnare e rimasto per amore di una donna e della terra
Il legame che ho con Emanuela e Donato Mastrodomenico va oltre la comune stima professionale ed è un’amicizia autentica. Mi capita spesso di ripensare alle conversazioni con Emanuela sui temi più disparati, senza contare le tante e piacevoli occasioni in cui ci ritroviamo. Sentivo però il bisogno di andare più a fondo nella conoscenza di Donato, uno di quegli uomini che hanno il vino impresso nel DNA, e volevo ascoltare la sua storia dalle sue stesse parole. Così, in una giornata di settembre del 2025, sono andato nella cantina di famiglia a Barile. Ci siamo seduti uno accanto all’altro dando vita a una delle chiacchierate più divertenti ed emozionanti che mi siano mai capitate. Donato è sempre cordiale, incline al sorriso e allo scherzo anche nei momenti più serrati e faticosi del lavoro. Ha sempre la battuta pronta, quella parola capace di rassicurarti e trasmetterti energia. Non ha bisogno di studiarti a lungo, perché ti guarda, ti parla e ti cambia in meglio. Nato a Barletta nel 1944, muove i primi passi tra i filari delle vigne di famiglia. Presto comincia a viaggiare per lavoro fuori dalla Puglia, prima in Sicilia dove si occupa di impianti viticoli e poi in Basilicata, ad Atella, dove assume il ruolo di insegnante e direttore di un istituto professionale per l’agricoltura. Per dare concretezza alle lezioni e far toccare con mano l'arte agricola ai ragazzi, Donato non esita a uscire dagli schemi e ottiene il permesso di coltivare a grano i terreni antistanti l’istituto. Ridiamo insieme di gusto quando ricorda di aver fatto smontare parte della copertura della scuola per consentire alla mietitrebbia di scaricare il raccolto direttamente all'interno e vendendolo successivamente, per conto della scuola, ad un consorzio agrario. A quei tempi le condizioni degli studenti non erano certo quelle di oggi e molti ragazzi venivano a lezione con scarpe logore o del tutto consumate. Donato ci racconta allora, con un sorriso complice, della telefonata a un caro amico titolare di un calzaturificio, esordendo con una richiesta diretta: “Senti Peppino, mi servirebbero una trentina di paia di scarpe…”. Peppino, amico fraterno fin dall’infanzia, comprende all’istante la situazione e le spedisce senza esitazione, per la gioia e lo stupore degli allievi. Poi arriva la svolta con il trasferimento a Barile, l’incontro con la donna della sua vita e il matrimonio. Con la moglie arrivano anche appezzamenti di terra che all’epoca molti consideravano poco più che terreni incolti. Ma dove gli altri vedevano un deserto, Donato ha scorto il futuro, intuendo l’esposizione ideale, il soleggiamento e la matrice vulcanica del suolo. Nella sua mente ha già piantato le vigne di Aglianico del Vulture. Emanuela assiste al racconto, intervenendo di tanto in tanto per arricchirlo di dettagli. L’affetto per il padre è palpabile. Si muovono con naturalezza e in perfetta sintonia, testimoni di una complicità rara tra padre e figlia. Avevo già colto frammenti di questa unione l’anno precedente, durante le registrazioni del mio Vitinerario Podcast, ma l’intensità di certi aneddoti è emersa davvero solo in questo dialogo a tu per tu. Seduto tra le mura della cantina, in origine un'antica taverna di posta, con la figlia al fianco, Donato mi confida che lì dentro è racchiusa la sua intera esistenza, fatta degli studi a Bari, dei sacrifici e dei risparmi custoditi perfino durante il servizio militare. Una vita intera edificata attorno a una visione e radicata su una terra che nessuno sembrava volere. Fate le cose che vi rendono felici. Il nome del vino simbolo dell'azienda non lo sceglie Donato, ma sua figlia Emanuela. Durante l'intervista i due si rimandano la parola a vicenda, quasi giocando, fino a quando Emanuela spiega il motivo di quella scelta. Likos viene dal greco e significa lupo ma richiama molto anche la Lucania. Per lei racchiude il senso di una doppia appartenenza, quella di un padre arrivato da Barletta, pugliese fino al midollo come dice lui stesso, e quella di una figlia che invece si sente profondamente lucana, cresciuta tra i filari di un terreno che il padre ha trasformato con le proprie mani. Questo nome è la sintesi di una storia familiare fatta di radici che si intrecciano, la Puglia e la Basilicata, il mare e il vulcano, un padre e una figlia che oggi lavorano fianco a fianco nella stessa cantina. Quando Donato sale per la prima volta sul terreno portato in dote dal matrimonio, in tanti glielo descrivono come un deserto, terra incolta buona a poco. Lui vede l'esatto contrario, un'esposizione perfetta, il sole che batte tutto il giorno, un suolo di origine vulcanica che sa già essere quello giusto per l'Aglianico del Vulture. Dissoda gli otto ettari e durante i lavori vengono fuori le “chianche”, pietre che affiorano dal terreno e che bisogna spaccare facendo arrivare apposta da Barletta una macina pietre. Solo a quel punto il terreno diventa, come lo definisce lui, un letto pronto per accogliere le barbatelle. La scelta ricade su una varietà proveniente dal vivaio Rauscedo, la 1103, selezionata per un motivo preciso, ha un angolo geotropico stretto, le radici scendono dritte in profondità invece di allargarsi in superficie, così restano fresche anche quando fuori c'è siccità, senza bisogno di irrigare. Dopo due anni arriva il primo raccolto, ed è già di buona qualità. All’inizio l’obiettivo di Donato non è fare vino, ma vendere l’uva, e infatti sono i commercianti napoletani a venire fin qui per comprarla direttamente da lui. La svolta arriva quando pensa al futuro dei suoi due figli, Emanuela e Giuseppe, e decide di chiudere la filiera trasformando l’uva in vino imbottigliato con il proprio nome. Da lì la storia si allarga rapidamente, il primo Vinitaly arriva più di quindici anni fa e segna l'inizio di un percorso che porta l'azienda anche fuori dai confini italiani, fino alla Cina, dove partono le prime spedizioni di vino. Donato e il figlio Giuseppe prendono l'aereo per andare di persona a controllare come viene accolto il loro lavoro dall'altra parte del mondo, un gesto che dice molto del suo modo di fare le cose, mai a metà, sempre con la volontà di verificare di persona.Donato Mastrodomenico, l’uomo che ha visto un vigneto dove tutti vedevano un deserto
Perché si chiama Likos
La scelta della barbatella e la terra che nessuno voleva
Dal commercio dell’uva al primo Vinitaly, fino alla Cina